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OPINIONE – Agricoltura, caccia e ideologia

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Editoriale di Gianmaria Pusterla apparso sul GdP del 14 maggio 2014

Vorrei ritornare su un avvenimento che occupa l’opinione pubblica in questi giorni. A costo di deludere qualche lettore e dico subito che non si tratta dell’”affare BancaStato”. Insufficienti sono oggi gli elementi a disposizione per prefigurare un giudizio. Più saggio aspettare, dunque, non lanciarsi in facili speculazioni, come purtroppo alcuni partiti (leggasi PS e Verdi) hanno già fatto nella giornata di ieri.

Mi ha colpito una strana coincidenza: sabato, proprio nel medesimo momento in cui il consigliere di Stato Claudio Zali lasciava quasi stizzito l’assemblea dei cacciatori ticinesi, un terzetto di maestosi cervi ha saltato la carreggiata della strada che congiunge Meride con Arzo  (zona San Giorgio, bandita di caccia) 5 secondi prima che l’auto su cui mi trovavo passasse da quel punto e 10 secondi prima che una famigliola (papà, mamma e bambino) transitasse con le sue biciclette.

Caspita, mi son detto, per un pelo non ci scappava o l’incidente o una disgrazia ben peggiore, qualora uno dei tre animali avesse colpito uno dei ciclisti. Insomma: mentre si disquisisce su come risolvere o arginare la presenza di ungulati sul territorio cantonale ho avuto la prova provata che tale presenza è ormai diventata invadente e pericolosa per le stesse persone. E non solo dannosa per chi ancora si occupa di coltivare terreni e vigneti.

Il presidente dei cacciatori Fabio Regazzi si è permesso di insinuare il dubbio che qualcosa in Ticino non funzioni nella gestione degli ungulati: si spendono molti più soldi per coprire i danni che cinghiali e cervi fanno alle colture rispetto a quanto avviene in altri Cantoni. Questo non perché sia sbagliato dare a chi viene danneggiato, ma perché, forse, non vengono adottate le misure strategiche e preventive adeguate.

E tra coloro che potrebbero portare un contributo a questa regolazione i cacciatori dovrebbero essere in prima linea. Non sembra purtroppo essere il caso. Emerge qui evidente l’annosa, difficile ricerca di collaborazione tra chi pratica la caccia e l’Ufficio cantonale caccia e pesca. Quasi che quest’ultimo non riesca a considerare la categoria dei cacciatori un alleato nella difesa del territorio.

Ben conosciamo invece il patrimonio di conoscenza che i cacciatori portano con sé e il naturale ruolo regolatore che la caccia, nei secoli, ha sempre esercitato sulla fauna. Ma se, per un preconcetto ideologico – come sembra sempre più imporsi in questa società (che va quindi a condizionare anche gli apparati statali) -, l’animale selvatico non può essere cacciato (nei periodi e nei momenti giusti che la natura consiglia), allora sarà difficile evitare le conseguenze negative per agricoltori e viticoltori.

Urge un cambiamento d’approccio, guardando bene a ciò che il passato ci può insegnare.

Informazioni su agrifutura

Associazione di agricoltori ticinesi www.agrifutura.ch

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